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Ricostruzione in Irpinia: a che punto siamo?

A oltre 30 anni di distanza dal terremoto in Irpinia, vediamo a che punto e' il piano di ricostruzione e di recupero del territorio

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Dopo il drammatico sisma del 1980, la storia dell’Irpinia è radicalmente cambiata, non senza paradossi. Come in altri casi di territori economicamente depressi dell’entroterra italiano nel corso del Novecento, l’opera di ricostruzione (spesso duplicando i centri abitati nei fondovalle ai piedi degli insediamenti di antica formazione abbarbicati sulle pendici e così abbandonati) e la realizzazione di moderne opere infrastrutturali, se da un lato ha agevolato l’accessibilità ai territori, dall’altro ha favorito massicci fenomeni di esodo dei residenti verso le conurbazioni della pianura campana, nonostante fossero state poste le basi per un (ormai tardivo) sviluppo basato sul paradigma industriale. Nel processo di rigenerazione dei luoghi, solo dalla seconda metà degli anni novanta si è cominciato a registrare un netto cambio di atteggiamento, attento al recupero e alla valorizzazione, non solo degli edifici ma anche dei saperi e delle specificità territoriali.

È così che, tra le operazioni più significative in Provincia di Avellino, va ricordata quella all’interno del Parco regionale dei Monti Picentini, dove quattro comuni membri della Comunità montana Terminio-Cervialto (Castelvetere sul Calore, Volturara Irpina, Calabritto e Taurasi), consorziandosi, hanno ottenuto fondi regionali e comunitari per il ripristino dei rispettivi castelli e connessi borghi medievali abbandonati dopo il sisma, destinandoli al turismo rurale.

Dal punto di vista scientifico, il progetto ha costituito, per la Campania, una prima applicazione della Circolare ministeriale dell’ottobre 1996 inerente la redazione di progetti di restauro per i beni architettonici di valore storico-artistico in zona sismica. L’intera operazione, sotto il coordinamento dell’architetto Massimo Pica Ciamarra e di cui è stato artefice un pool di professionisti guidato dall’architetto Angelo Verderosa, è degna di nota ancor prima che per l’elaborazione di specifiche soluzioni tecnologiche o formali, per la messa a punto di un approccio progettuale e di un metodo di lavoro. Allo stesso modo, gli esiti dei lavori vanno compresi e apprezzati più per la coralità e l’unitarietà dell’operazione che non per la sottolineatura di singole parti, sebbene monumentali.

In cantiere, infatti, sono stati riutilizzati materiali locali, in larga parte provenienti dagli stessi edifici terremotati, con l’obiettivo di recuperare le tradizioni costruttive, fornire un’indicazione didattica a maestranze e visitatori (con attenzione alla filologia edilizia e ricorrendo a soluzioni strutturali non invasive), contenere il ciclo dei consumi (ad esempio l’imposizione, nel capitolato lavori per le imprese, di una macina elettrica per frantumare i materiali provenienti da demolizioni e tagli murari, al fine di riutilizzarli per sottofondi, riempimenti e preparazioni di malte). Il miglioramento sismico ha previsto iniezioni consolidanti con calce e pozzolana (senza ricorrere ad armature), il rifacimento delle piattabande e dei cordoli sommitali, l’approntamento di solai in legno massello di castagno con tiranti in acciaio e capochiavi a vista. Gli ambienti, riscaldati con stufe a legna, richiamano atmosfere di sobria ma dignitosa ruralità.

Recupero di tessuto abitativo nel borgo di Castelvetere sul Calore


Restauro del castello di Quaglietta (Comune di Calabritto)

A Verderosa, allievo di Pica Ciamarra, vanno riconosciute la tenacia e la passione di un impegno professionale esercitato rimanendo radicato sul posto, nella sua terra d’origine epicentro del terremoto, tra Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi. La sua è un’esperienza acquisita man mano in lavori analoghi (su tutti il restauro dell’abbazia del Goleto) e sedimentata attraverso pubblicazioni (come il “Manuale delle tecniche di intervento per il recupero dell’architettura e del paesaggio in Irpinia”, De Angelis Editore, 2005) e convegni (come “Recupera/Riabita, salviamo i piccoli borghi dell’Appennino”, 2012).

Particolari del recupero dell’Abbazia del Goleto, in cui è stato applicato il disciplinare elaborato per gli interventi in tutta l’area

Tuttavia, all’azione di recupero delle “pietre”, finalmente nei tempi più recenti sta seguendo anche quella della loro “rivivificazione”. Infatti, molti interventi, conclusi a livello edilizio, risultavano inutilizzati. Invece ora, grazie a una crescente sensibilità comunitaria, sviluppata sulla base della profonda coesione sociale e del radicamento territoriale di alcuni operatori, stimolati anche dalle riflessioni “paesologiche” dello scrittore irpino Franco Arminio, le cose sembrano cambiare. E se a Cairano si organizza periodicamente un festival o lungo tutta la valle dell’Ofanto si organizzano visite guidate organizzate dagli autoctoni, a Calitri gli inglesi in pensione acquistano a basso costo le case per restaurarle e insediarvisi a motivo dell’eccellente qualità della vita, mentre proprio il ripristinato borgo di Castelvetere è diventato un albergo diffuso con 17 alloggi, un ristorante caratteristico, una sala accoglienza, una bottega di prodotti tipici e artigianato locale, una sala convegni e alcuni spazi espositivi.

L’esperienza irpina rappresenta dunque un’opzione radicalmente alternativa alla politica delle grandi opere e dell’attenzione quasi esclusiva alle aree metropolitane, sicuramente minoritaria in termini d’interessi economico-elettorali ma fondamentale se vista rispetto agli assetti territoriali globali. Basti infatti ricordare che oltre il 70% dei comuni italiani (pari al 54% del suolo nazionale e al 17% della popolazione) conta meno di 5.000 abitanti: rientrano in questa condizione ben 5.800 piccoli centri ubicati lungo l’intera fascia alto-collinare e montana appenninica. Sui 119 Comuni della Provincia di Avellino, 100 rientrano in tale casistica e oltre la metà di essi annovera meno di 2.000 abitanti.


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L’autore


Luca Gibello

Si laurea presso la Facoltà di Architettura di Torino nel 1996 e consegue nel 2001 il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica. Luca Gibello svolge attività di ricerca sui temi della trasformazione delle aree industriali dismesse in Italia ed è stato docente presso il Politecnico di Torino di Storia dell’architettura contemporanea e Storia della critica e della letteratura architettonica. Dal 2004 è caporedattore de “Il Giornale dell’Architettura”, mentre da settembre è titolare del corso di Architettura dei rifugi alpini presso la facoltà di Ingegneria edile – Architettura dell’Università di Trento. Autore e co-autore di libri e saggi, ha svolto il coordinamento scientifico-redazionale del Dizionario dell’architettura del XX secolo (a cura di Carlo Olmo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2003). Nel 2011 pubblica il libro Cantieri d’alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, primo studio sistematico sul tema e dal 2012 è presidente della neocostituita associazione Cantieri d’alta quota.

Riferimenti Editoriali


Architettura storica e terremoti

Frutto di una ricerca promossa dal Miur, il volume contiene le nozioni più importanti per i restauratori e gli strutturisti che si occupano di conservazione di manufatti storici. 

Autore:   •   Editore: Wolters Kluwer Italia   •   Anno:

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