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Le cattive acque d’Italia, tra sversamenti e bonifiche mancate

Il dossier di Legambiente, 'Cattive acque', ripercorre le storie peggiori e migliori di gestione di falde, fiumi e laghi in Italia

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In Europa oltre il 40% dei fiumi e delle acque costiere sono interessati da un inquinamento diffuso, mentre tra il 20% e il 25% sono soggette a inquinamento da fonti puntuali, come strutture industriali, sistemi fognari e impianti per il trattamento delle acque reflue. L’Italia rientra pienamente in questo quadro, con 25% dei corpi idrici superficiali in uno stato ecologico superiore al buono e un 18% in uno stato chimico buono, complessivamente meno della metà del totale. Un risultato ben lontano da quanto afferma la direttiva 2000/60, che fissa al 2015 la data per il raggiungimento degli obiettivi di buona qualità delle acque.

A fare il punto sullo stato delle acque in Europa e in Italia è il dossier “Cattive acque”, lanciato da Legambiente in occasione della Giornata mondiale dell’acqua (22 marzo). Visibile a questo link, il dossier ripercorre da nord a sud le principali vertenze ma anche le esperienze positive sulla qualità delle acque, a dimostrazione che oggi è possibile mettere in campo una seria politica di risanamento e una corretta gestione delle risorse idriche.

“In occasione della giornata dell’acqua – ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti – denunciamo quei casi di inquinamento e malagestione che mettono in pericolo i nostri fiumi, laghi e falde. Sono le principali vertenze che Legambiente da tempo segue sul territorio battendosi per una risorsa pulita e accessibile per tutti”.

Tra i casi più drammatici, vengono ricordate le falde contaminate da idrocarburi del caso Tamoil a Cremona e di Augusta, Priolo e Melilli in Sicilia; la valle del fiume Sacco nel Lazio, il basso bacino del Chienti o il fiume Sarno, ancora da bonificare; le storie di inquinamento da scarichi civili (il canale Navile di Bologna) e di avvelenamento dalle realtà industriali (il fiume Basento); le contaminazioni di corpi idrici potabili (la falda di Bussi sul Tirino a Pescara, quella tra Vicenza, Verona e Padova, quella di Solofra, in provincia di Avellino, e, ancora, il lago Alaco in Calabria); ma anche le lagune costiere di Grado e Marano in Friuli e quelle di Lesina e Varano sul Gargano. Ci sono anche i casi di acque violate dalle eccessive captazioni, come nel caso del Canale del Mulino a Torre Pellice in Piemonte, o dalla cattiva gestione che non tiene conto degli impatti sugli ecosistemi lacustri e fluviali, come racconta la storia dei laghi Arvo e Ampollino sulla Sila in Calabria.

Nel dossier compaiono però anche le storie delle acque salvate, di fiumi fortemente inquinati che però stanno riacquisendo uno stato migliore grazie a politiche attente di salvaguardia e recupero ambientale, attuate dalle amministrazioni di concerto con le associazioni e gli enti privati. Come ad esempio è accaduto con i Contratti di fiume in Lombardia, sul Lambro e l’Olona, o sulla Bormida al confine tra Piemonte e Liguria, dove il fiume dopo anni di sversamenti e inquinamento oggi ricomincia a vivere o gli interventi di riqualificazione fluviale sul Cherio, in provincia di Bergamo.

“Abbiamo voluto raccontare le storie positive – ha aggiunto Zampetti – perché siano di stimolo per mettere in campo una seria politica di recupero e di tutela dei fiumi, delle falde e delle acque. Serve però la volontà politica perché una corretta gestione della risorsa idrica deve prevedere azioni e strumenti precisi: piani che coinvolgano, tutti gli attori interessati e perseguano l’obiettivo di ridurre i prelievi e i carchi inquinanti; un’azione diffusa di riqualificazione dei corsi d’acqua e rinaturalizzazione delle sponde; fermare i numerosi scarichi industriali e civili che ancora oggi inquinano la risorsa idrica e realizzare la bonifica delle falde contaminate. Occorre, infine, applicare strumenti di partecipazione adeguati come i Contratti di Fiume, che, come dimostrano le esperienze già attuate, consentono di coniugare la qualità dei corpi idrici con la mitigazione del rischio e lo sviluppo socio economico delle comunità locali.”

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