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Alluvione nelle Marche, ‘ma quale bomba d’acqua’

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“Nelle Marche il dissesto idrogeologico si attiva appena dopo poche gocce di pioggia. Stiamo pagando perché non si sta facendo nulla di serio e programmatico, nulla che favorisca la qualità e l’efficacia degli interventi di prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico e come al solito non si parla mai di prevenzione”: a lanciare l’accusa è Piero Farabollini, consigliere nazionale dei geologi di origine marchigiana, a poche ore di distanza dai drammatici eventi alluvionali che hanno interessato molti comuni e aree delle Marche, e in particolare la zona di Senigallia.

“Molte zone delle Marche, soprattutto quelle dell’anconetano e del maceratese sono state nuovamente colpite da fenomeni alluvionali che hanno causato ingenti danni economici e questo non è più tollerabile”, continua Farabollini. Bisogna tener conto, peraltro, che l’esondazione del Misa è andata a colpire anche zone già martoriate dall’alluvione del novembre 2013.

Completamente scorretto, tuttavia, parlare di ‘bombe d’acqua’, spiega Farabollini. “Il territorio marchigiano ha dovuto subire più volte, con sempre maggior frequenza, eventi disastrosi legati a precipitazioni meteoriche considerate anomale (che per effetti mediatici vengono definite “bombe d’acqua”) ma che di anomalo hanno solamente il fatto che si ripropongono con tempi di ritorno molto più brevi rispetto al passato e non certo per la quantità di pioggia caduta”.

Tutto ciò, continua il consigliere, “con l’aggravante degli scarsi interventi riguardo la pianificazione e programmazione territoriale: fossi ostruiti, alvei dei fiumi completamente pieni, alberi caduti, fossi demaniali in condizioni pietose, fogne otturate da detriti”. A cui aggiungere problemi di manutenzione come “erba alta 1 metro e mezzo, fossi di banchina inesistenti, tratti di scarpata a rischio frana”.

“Queste piogge hanno riproposto situazioni e criticità già note per la loro ricorrenza, a cui se ne sono aggiunte di nuove come conseguenza della crescente antropizzazione, del sempre più manifesto abbandono dei coltivi, della carenza di interventi manutentori del territorio, dell’inesistente pulizia ordinaria e straordinaria dei fiumi e dei torrenti”, aggiunge Farabollini.

Eppure, nonostante l’ormai ciclica riproposizione di drammatici eventi, spesso con vittime umane, per il dissesto idrogeologico in Italia si fa sempre meno. “Dal 2009 al 2012 i fondi per il rischio idrogeologico sono passati da 551 ad 84 milioni di euro”, precisa il consigliere, sottolineando peraltro che nelle Marche “il 10% delle scuole è in aree potenzialmente ad elevato rischio idrogeologico”.

“La naturalità dei fiumi e delle piane alluvionali dove il fiume stesso scorre, è stata via via modificata se non completamente cambiata attraverso restringimenti di alveo, cementificazione degli argini, impermeabilizzazione delle aree golenali dei fiumi, rettificazioni e modificazioni della sinuosità, interruzioni dei deflussi, realizzazione di canalizzazioni e di opere in cemento armato e/o in muratura”, continua il consigliere. “Questi interventi si sommano a quelli che vedono la modificazione dei versanti attraverso l’abbandono dei coltivi, alla carenza di opere di contenimento dall’erosione meteorica e di sistemazione idraulica, alla mancanza di manutenzione dei fossi di scolo di raccordo con il reticolo idrografico minore e di quest’ultimo con il fiume stesso”.

“La manutenzione ordinaria e straordinaria, permette, in prima battuta, di mantenere il corso d’acqua in grado far defluire le piene ordinarie; nel caso in cui, come in questi giorni, gli eventi meteorici siano concentrati in poche ore, la sola manutenzione ordinaria non è più sufficiente, date le caratteristiche morfologiche dei fiumi e degli alvei, notevolmente trasformate rispetto al passato. Ecco quindi che bisogna ragionare in termini di “ripristino degli spazi di pertinenza fluviale” e di “programmazione territoriale” in funzione dei tanto conclamati “cambiamenti climatici”.

“Il territorio è la più grande infrastruttura, la sua salvaguardia non può più aspettare, non è possibile prescindere dall’attuazione di misure rigide e ragionate finalizzate a garantire ad ampio raggio adeguati interventi nell’ottica di un concreto cambio di rotta”, conclude il consigliere. “Solo quando la cultura della emergenza sarà radicalmente sostituita da quella della prevenzione potremo ritenerci soddisfatti”.

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