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L’ingegnere iunior chiede spazio

L’ingegnere iunior chiede spazio: i laureati triennali rivendicano un ruolo in linea con le attese del mercato

No comment - 21 febbraio 2006

L’ingegnere iunior chiede spazio
I laureati triennali rivendicano un ruolo in linea con le attese del mercato
Al lavoro autonomo, spesso in team, si arriva in molti casi dopo esperienze in azienda

Milano - «Più giovani, più tecnologici, più operativi», almeno così dipingono se stessi. Dipendenti a 25 anni, a 30 spesso hanno già avviato (o sono in procinto di farlo) uno studio professionale. E se non lo si è ereditato dal padre geometra, la scelta cade sull’associazione con altri colleghi, perché «se la specializzazione è un vantaggio bisogna saper giocare di squadra affinché a vincere sia il cliente».  Parola di ingegnere iunior, profilo triennale “figlio” della riforma universitaria del «3+2» e del Dpr 328/2001. Sono circa 400 corsi di ingegneria di primo livello, che formano figure professionali richieste dalle imprese desiderose di avere giovani “tecnici” da assumere a stipendi “calmierati”. Fa da contraltare la diffidenza dagli Ordini che negli ingegneri iunior hanno spesso individuato una diminutio professionale. Una figura che non avrebbe appeal nel mercato: secondo il Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri (Cni), in base ai risultati dell’indagine Excelsior, su 15.139 laureati, nel 2004, le imprese italiane avrebbero assunto appena l’8% degli ingegneri iunior.
Ma i giovani ingegneri triennali (che in Paesi come Francia, Germania e  Gran Bretagna sono la maggioranza) rifiutano l’etichetta di periti “emancipati” e chiedono un quadro legislativo chiaro per rispondere a «una domanda di mercato che chiede di coniugare preparazione e capacità operativa». Un obiettivo che i triennali (e gli ingegneri sono i più numerosi) tentano di centrare anche con l’impegno e la rappresentanza nei Consigli degli Ordini.
   Il puzzle di storie. Senza pretendere di “scandagliare” l’universo dei professionisti triennali, le storie di molti ingegneri iunior si possono definire casi di successo.
   Ha iniziato come dipendente prima di mettersi in proprio Reitano Boffa, da Torino, 32 anni, un diploma triennale in ingegneria meccanica nel 2000 e una laurea “breve” nel 2004. «Nelle imprese – afferma – laureati triennali e quinquennali finiscono per avere le stesse mansioni, con la differenza che gli iunior arrivano più giovani, sono più “duttili” e costano meno. Chi ha ambizioni di autonomia, fa esperienza e poi si mette in proprio. Io ho uno studio, come quasi il 90% dei 50 iscritti triennali all’Ordine di Torino e mi occupo di impiantistica. Purtroppo, prevale una concezione quantitativa degli anni di studio, mentre andrebbe misurata la qualità della preparazione».
   Gli spazi. Le difficoltà ci sono state soprattutto all’inizio, spiega Giovanni Alfano (ingegnere civile napoletano, che collabora con il padre geometra), «quando il privato era curioso del nostro titolo e la Pa non comprendeva il nostro timbro, diverso da quello degli ingegneri “senior”. Abbiamo dovuto spiegare cosa facevamo e chi eravamo, ma la credibilità la si acquista sul campo».
   «E’ più difficile mettersi in proprio a Milano rispetto ad altre realtà» commenta Enrico Memmo, 31 anni, marketing manager di una multinazionale biomedicale, «perché se le imprese offrono concrete prospettive ai triennali, la libera professione sconta l’elevata concorrenza dei laureati senior al Politecnico».
   Per Giacomo Andriola, libero professionista a Milano, è fondamentale «precisare il concetto di “metodologie standard” e i limiti sulle competenze oltre i quali si crea contenzioso con i quinquennali».
   «Le competenze sono parcellizzate perché più specialistico, rispetto a 10-20 anni fa, è il sapere tecnico-scientifico» afferma Enzo Boccassini, 35 anni, tarantino con diploma in ingegneria delle infrastrutture nel ’99 e laurea triennale in ambiente e territorio nel 2005. «Il doppio titolo è prova che la formazione professionale continua è per noi una realtà, senza attendere l’Ordine. Progetto capannoni industriali ma svolgo anche consulenza ambientale e certificazione della qualità. Arrivo sin dove il mio know how mi consente, restando punto di riferimento per il cliente anche quando mi avvalgo delle prestazioni di un altro collega iunior o di un senior, ad esempio per firmare le valutazioni di impatto ambientale».
   Le competenze «standardizzate» dal Dpr 328/2001 restano sullo sfondo di progetti di squadra in cui hanno un ruolo decisivo tanti ingegneri iunior, come spiega Tatiana Franceschini, 28enne di Lucca, ingegnere iunior delle telecomunicazioni.
   La ricerca. «C’è spesso contrasto con i laureati specialisti sulle competenze», ammette Mauro Rea, ingegnere civile iunior di 33 anni, romano. Ma se vale la preparazione non ci sono steccati. «Collaboro – racconta Rea – con l’università e sono coinvolto in progetti di ampio respiro per lo sviluppo di sistemi sperimentali». Elena Zumino, laureata in ingegneria nucleare nel 2002, dipendente, ricercatrice in medicina radionucleare ha registrato, con un fisico e un medico, anche un brevetto. «Sto avviando – spiega – uno studio associato per fornire un carnet di competenze integrabili ai nostri clienti. I rapporti con i coetanei quinquennali e con le imprese sono ottimi. Un po’ meno con l’Ordine, che resta diffidente e non ci valorizza. In più, come donna, voglio impegnarmi per aumentare la rappresentanza femminile. Mi ero candidata per il Consiglio nazionale ma ho perso. Sarei stata la prima donna consigliere nella storia della categoria».

Tratto da il sole 24 ore del 21 febbraio 2005
a firma Laura Cavestri

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