Il sisma dell'11 marzo 2011 e il successivo tsunami, che ha raggiunto la costa giapponese provocando danni ingenti e problemi ai sistemi di raffreddamento della centrale di Fukushima Daiichi, hanno riportato l'attenzione della comunità scientifica sulla valutazione della pericolosità sismica e sulla sicurezza degli impianti a rischio di incidente rilevante.
Questi i temi al centro della giornata di studio organizzata dall'Enea il 1° luglio scorso dal titolo “Lezioni dal terremoto di Tohoku”: un’occasione per fare il punto sulla situazione, ricostruendo la sequenza incidentale e valutando le conseguenze radiologiche sulla popolazione e sull'ambiente. Dal confronto tra gli esperti, è emerso che anche gli eventi considerati altamente improbabili dovranno essere considerati negli scenari della pericolosità, dopo il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone. “Quell'evento ha cambiato il concetto di pericolosità - hanno detto gli esperti riuniti a Roma”.
Sulla base delle mappe della pericolosità sismica del Giappone, elaborate nel 2008 e aggiornate al gennaio 2011, "nessuno si aspettava un terremoto così violento – ha affermato Fabio Romanelli, del dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Trieste. C'é stato "un errore di valutazione, che adesso costringerà a modificare i modelli di riferimento della pericolosità. Lo stesso si potrebbe dire dei terremoti catastrofici degli ultimi anni, come quello di Sumatra nel 2004 e quello che ha colpito il Cile nel 2010. Tutti eventi considerati altamente improbabili, ma non per questo da escludere dai nuovi modelli della pericolosità.”
"Ora le cose cambiano - ha aggiunto Romanelli - perché adesso sappiamo che è importante capire il comportamento delle strutture che generano i terremoti. Per esempio, i modelli devono considerare anche eventi lontani, come il disastroso terremoto avvenuto nell'869 a Sendai, così come di alcuni devastanti tsunami del passato, tramandati nella cultura orale ma dei quali non esiste documentazione”.
O.O.