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 Oggetto del messaggio: IL VULCANO MARSILI FRA INCUBO E RISORSA ENERGETICA
MessaggioInviato: gio mar 19, 2020 8:28 pm 
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Iscritto il: sab ago 19, 2006 7:39 pm
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Continua la scoperta di nuovi vulcani sottomarini nel basso Mediterraneo e anche risvegli di aree vulcaniche per molti inattesi, per pochi un indizio da non sottovalutare. Il riferimento è ad alcuni eventi vulcanici recenti ed eventi che fra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 hanno catturato l’attenzione dei mas media. Le aree interessate spaziavano dai campi Flegrei all’Etna fino a Stromboli. Altra notizia passata quasi inosservata faceva riferimento ad una esercitazione effettuata a Marina di Camerota per un presunto maremoto avvenuto al largo di Capo Palinuro e originato da una frana sottomarina innescatasi lungo le pendici del Vulcano Palinuro. Pochi hanno capito il motivo di questo allertamento e perché mai anche dalle nostre parti si parli, non solo di terremoto, ma ora anche di maremoto o, se preferite, di tsunami. Proviamo a farlo allargando il nostro sguardo sull’intero basso Tirreno. Oggi lo possiamo fare grazie ai più recenti mezzi di rilievo aereo, sottomarino e satellitare che ci consentono di conoscere in modo approfondito e con sempre maggiore dettaglio i rilievi, le terre emerse e quelle giacenti sui fondi oceanici. In questo caso la morfologia che ci viene restituita ci permette, da un lato, di meglio conoscere l’evoluzione del nostro pianeta, dall’altro ci consegna una complessa realtà che con difficoltà riusciamo a decifrare. Queste strutture sommerse, lungi dell’essere statiche e immobili, sono dotate di un dinamismo evolutivo evidenziato da rotture, innalzamenti e rotazioni la cui entità è oggi possibile evidenziare. Geologia e geofisica confluiscono e contribuiscono, in un sistema dinamico di ricostruzione retroattiva, ad agevolare l’apprendimento utile a perseguire uno stato di equilibrio pur sempre instabile per il nostro Pianeta. Quindi geologia quale ricerca delle cause e delle modalità di processi avvenuti nel passato e geofisica quale verifica più immediata di processi più recenti ed attuali. Questa doverosa premessa per portare a conoscenza di tutti quanto da sempre accade lungo le nostre coste e i fondali marini della vecchia TETIDE. Una storia che riguarda la nostra fragile penisola che, a saperla ben leggere, è stata soggetta ad una complessa evoluzione geologica, schiacciata, compressa, allungata tra Africa ed Europa, ha visto venire alla luce e poi scomparire mari e oceani che hanno lasciato tracce indelebili nelle strutture geologiche dei nostri territori. Una storia lunga e complessa e quello che oggi vi propongo è parte infinitesima di questa interminabile evoluzione che non avrà mai fine. Nessun intento allarmistico, solo consapevolezza di una natura che, se ben compresa, ci riserva energia per sopravvivere, se offesa e sfregiata, si manifesta con eventi catastrofici cui è impossibile opporsi. Iniziamo dai fenomeni più superficiali, i Vulcani, perché su queste strutture geologiche oggi si concentrano conoscenze alquanto aderenti al vero. Lo facciamo avendo ben presente che recentemente il nostro vulcano più prossimo, il VESUVIO, viene prudentemente riportato alla ribalta attraverso una riperimetrazione di pericolosità che si allunga fino ai confini occidentali dell’Irpinia.Su questo ci esprimeremo allorquando saremo in grado di verificare su quali dati è fondata questa scelta, per il momento vogliamo soffermarci su altro e portare alla conoscenza di un pubblico più vasto cosa si nasconde sotto di noi quando attraversiamo i nostri mari. Ed allora. Immaginiamo di trovarci nella porzione meridionale del mare MEDITERRANEO, alla distanza di 140 chilometri dalle coste siciliane a 150 chilometri da quelle calabresi e a circa 200 a quelle campane. Solo cielo e mare, eppure non è così. In profondità vive una struttura vulcanica scoperta da un ricercatore italiano, Luigi Marsili, da cui prende il nome: MARSILI. Da stime certe si può affermare che è il più grande vulcano d’Europa. Circa settanta chilometri di lunghezza e trenta di larghezza; al suo interno, una camera magmatica delle dimensioni di quattro chilometri per due. Emerso avrebbe una altezza di circa 3000 metri, sommerso la sua vetta si incontra a soli 450 metri dalla superficie del mare. Una enorme formazione montuosa seminascosta ma ben più imponente dell’Etna e del Vesuvio messi insieme. La sua orografia si inserisce nell’arco insulare delle Isole Eolie e ne rappresenta l’elemento più possente. La sua formazione è parte integrante della nascita di tutta l’area mediterranea e legata alla convergenza tra la placca tettonica Eurasiatica e quella Africana. Un processo, iniziato dieci milioni di anni fa, contemporaneamente alla costruzione dei rilievi montuosi della catena appenninica, contraddistinto da un accentuato vulcanismo tutto da riscoprire e legato a queste zone del Tirreno e al Canale di Sicilia, ove la crosta terrestre è più sottile e ampiamente fratturata. Fino a qualche anno addietro era considerato un vulcano inattivo oggi, in base a recenti rilevazioni, qualche mormorio si percepisce e lungo le sue pendici si sono accertate numerose frane. Non è tutto. Infatti le cosiddette attività di corona (circolazione di fluidi ad alta temperatura) evidenziano presenza di rame, zinco e ossidi e idrossidi di manganese e ferro. Nessun allarmismo, solo giusta attenzione per i numerosi indizi che ne testimoniano una sicura attività. A questo punto è d’obbligo porsi una domanda: quali sono rischi in caso di risveglio? A questo non è possibile rispondere con certezza assoluta. Nelle scienze della terra lo studio di eventi già avvenuti e le modalità che li hanno contraddistinti sono utili in una ottica probabilistica, porre nello spazio e nel tempo avvenimenti futuri è azzardo puro e questo deve essere ben compreso. Allo stato delle attuali conoscenze, sempre nel campo della geologia, possiamo pensare di ridurre i rischi, non di prevederli con millimetrica precisione. Tenere sotto controllo questi indizi ci consentirebbe di ipotizzare maremoti futuri e un monitoraggio con strumenti ad elevata tecnologia ci porrebbe al riparo dalle catastrofiche conseguenze di eventuali tsunami. Non a caso utilizzo il termine “tsunami” che ci rimanda al Giappone e alle recenti tragedie ancora vive nella nostra memoria. Se andiamo indietro nel tempo appuriamo che le nostre coste sono state investite da fenomeni simili decine di volte. Nel 2007 lo stato italiano ha messo in cantiere il progetto MaGIC che ha rilevato e individuato i dati morfologici cui abbiamo accennato. “Canyon sottomarini, nicchie di distacco, depositi di frana, aree fortemente erose, aree interessate da forme di fondo migranti sotto l’azione delle correnti (ad es. dune e onde di sedimento), strutture prodotte da emissione di fluidi o di sedimenti e fluidi (rilievi noti come vulcani di fango)”. Tutti indizi di una dinamica sottomarina in piena evoluzione. Ed allora: le nostre coste sono al sicuro? Sono le più distanti e conseguentemente avremo onde anomale più attenuate ma non siamo immuni da fenomeni del genere.
Per questo anche l’Europa si preoccupa, tanto da finanziare il progetto Twist (TIDAL WAVE IN SOUTHERN TYRRHENIAN SEA) che ha messo in cantiere la esercitazione che si è tenuta lungo le coste del Cilento fino alla città d Salerno. Simulato un crollo lungo le pendici del Vulcano Palinuro con conseguente maremoto. Niente di allarmante, solo lucida e previdente capacità di non dormire sugli allori, conoscere i rischi per limitarne i danni è la filosofia nipponica delle convivenza con fenomeni di questo tipo. Non è mai troppo tardi. Questo potrebbe essere considerato il risvolto per noi preoccupante ove mai dovesse accadere. Proviamo invece ad essere più ottimisti e propositivi enucleando con vero spirito di ricerca scientifica anche le inimmaginabili risorse che un vulcano possiede. Faccio riferimento alla geotermia con tutte le eventuali possibilità di sfruttamento energetico che ne possono derivare. Ebbene in questa area del basso Tirreno è certo che vi sono ingenti sorgenti di calore che, opportunamente captate, possono trasformarsi in energia elettrica del tutto simile a quella prodotta da centrali nucleari presenti lungo il nostro confine occidentale, in primis la Francia. Potremmo essere in presenza di un enorme bacino di energia geotermica e di gran lunga il più importante a livello planetario. Una sfida non semplice anche per la diffidenza che rispetto a mezzi esplorativi, seppur sofisticati, la popolazione non è sempre disposta a fidarsi dei tecnici al servizio delle società concessionarie della ricerca. Si parla di un pozzo geotermico esplorativo offshore (in mare aperto) e di una successiva piattaforma dotata sia delle strutture necessarie alla perforazione, sia delle sezioni di produzione di energia elettrica, energia elettrica che viene valutata doppia di quella oggi proveniente dalla stessa fonte energetica. Insomma, un impegno economico superiore ai due miliardi di euro. Non è tutto così semplice e gli scontri nella comunità scientifica già si intravedono e non sono per niente forieri di una sintesi scientifica che possa darci certezze nell’uno o nell’altro senso. Certo è che il nostro stivale non è proprio una zona tranquilla, terremoti, vulcani, dissesti idrogeologici e, per ultimo, gli inquinamenti diffusi non ci lasciano indifferenti e ancora una volta si pone l’interrogativo tra progresso e sviluppo sostenibile. Il dibattito ogni giorno è sempre più acceso. Fra i cattedratici è guerra aperta: teorie, dati, risorse economiche e ricadute sul territorio, strategie di ricerca, ricette per un futuro sviluppo, rischi sismici e ambientali. Niente si trascura in questa guerra fra opposti. Chi sono? Da una parte alcuni universitari impegnati nel progetti di ricerca, da altra parte quelli che non lo sono. Nel mezzo le concessionarie il cui obbiettivo strategico è la captazione di fluidi geotermici ad elevata temperatura capaci di produrre energia elettrica con piattaforme multifunzionali offshore (leggi EUROBUILDING SpA). Vi è un modo per decidere chi ha ragione? La scienza è contrapposizione, spesso feroce, e questo allunga i tempi e lascia perplesse le comunità. Nessuno potrà affermare verità inconfutabili né formulare teorie e leggi che escludono catastrofi e che assicurino benefici energetici a basso costo. La scienza è dubbio, la certezza scientifica è un sogno, ci si muove per supposizioni e obiezioni, è conoscenza empirica e sperimentale, essa permette di agire sulla natura e di dominarla mediante la previsione dei fatti resa possibile dalla conoscenza delle leggi e dei determinismi.


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