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Durban 2011: un accordo globale da attuare entro 2020

Tra polemiche e contrasti, istituito anche un Green Found per i Paesi piu' poveri

Geopress - 12 dicembre 2011

Si è conclusa con un giorno e mezzo di ritardo la XVII Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, che si è svolta in Sudafrica, a Durban, dal 28 novembre all’11 dicembre. Una conclusione ben definita non c’è stata, né tantomeno provvedimenti efficaci sono stati stabiliti per il clima globale.  

Gli interessi in contrasto e le polemiche erano davvero tanti e notevoli, come ad esempio quella tra USA e Cina. Gli Stati Uniti non hanno ratificato il protocollo di Kyoto, perché questo impedirebbe loro di competere con l’economia emergente della Cina. Nonostante dunque la Cina sia il più grande produttore di emissioni nocive di anidride carbonica, non è vincolato ai limiti previsti dal protocollo, in quanto in esso è considerato Paese in via di sviluppo. Stessa cosa per India e Brasile.   

Un accordo globale da stabilire entro il 2015 per ridurre le emissioni da parte di tutti i Paesi: questa è la decisione principale di Durban 2011, in cui si è deciso anche di estendere il protocollo di Kyoto.

Il motto “chi inquina paga”, invece, ha ispirato l’istituzione del Green Found, un fondo che finanzi iniziative per contrastare il cambiamento climatico nei Paesi più poveri, viste le quantità di gas serra che i Paesi ricchi hanno emesso nell’atmosfera sin dalla nascita dell’industria.

Per quanto gli accordi di questa Conferenza siano stati visti come un rimandare l’azione,  Sergio Castellari, del Centro Euro-Mediterraneo per i  Cambiamenti Climatici (CMCC) e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), referente italiano dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, afferma che durante Durban 2011 sono stati fatti passi avanti e che l’Europa ha avuto un ruolo importante.

C.C.

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