ROMA - Gli studi professionali attingono sempre più a piene mani nel serbatoio femminile che offre un qualificato tasso di scolarizzazione. Ma a questa accresciuta presenza rosa negli studi legali (35-40%), come in quelli medici (55-60%) e amministrativi (25-30%) - mentre rimane bassa la rappresentanza (16-19%) nell'area tecnica degli ingegneri, architetti e geometri -, non fa riscontro un'adeguata organizzazione del lavoro, fondato ancora su "archetipi maschili" distanti dalle esigenze delle donne. Lo rileva una ricerca avviata da Fondoprofessioni e comunicata nel corso del primo 'Forum sulle Donne nel Mondo delle Professioni'. "Lo studio - spiega il presidente di Fondoprofessioni Ezio Maria Reggiani - affronta il tema dell'organizzazione del lavoro negli studi professionali rivelando come presenti ancora troppe rigidità per la donna in carriera. Le regole vanno ripensate, anche perché la donna non accetta più di essere marginalizzata". "Le donne - aggiunge la vicepresidente di Fondoprofessionisti Gianna Gilardi - sono alla ricerca di una dimensione di leadership che rispetti la loro identità-diversità rispetto all'uomo".
Proprio per far tesoro delle risorse femminili in campo professionale, in quanto "portatrici e anticipatrici di innovativi modelli sociali", Fondoprofessioni invita gli studi professionali "a volare alto, qualificando e ottimizzando le competenze rosa, attraverso la formazione e una diversa organizzazione del lavoro". "Le aziende che stanno mettendo in atto queste strategie - continua Gilardi - non lo fanno perché mosse da una rivendicazione sindacale né per dovere o etica sociale ma per pura convenienza economica. Faccio l'esempio dell'azienda cooperativa Formula Servizi di Forlì che all'aumento del part time, a un'esperienza di autogestione degli orari in job-sharing, e altre iniziative in favore delle esigenze femminili ha visto corrispondere un aumento considerevole della produttività. In questa stessa azienda si è arrivati anche a una maggioranza di donne nel Consiglio di amministrazione, già nel 2001 si contavano cinque donne e quattro uomini". "La formazione continua può fare molto affinché le buone pratiche di conciliazione entrino nella cultura d'impresa - aggiunge Gilardi - e modificare il suo approccio sui tempi, sui metodi e sulla organizzazione del lavoro stesso; non si tratta di "una questione di donne" ma è essenziale per lo sviluppo del Paese e perché il desiderio di maternità e paternità non venga frustrato per le difficoltà organizzative". "Se lo studio professionale non s'adegua - avverte infine Gilardi - si spingono i lavoratori e le lavoratrici a cercare una propria via autonoma alla professione, alimentando ulteriormente il processo di atomizzazione di settore mentre tutto il contesto spinge verso il contrario".
Fonte Ansa a firma di Cristina Latessa