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Alluvioni e impianti a rischio: l'allarme del WWF

L'associazione ricorda il rischio dovuto alla presenza di attivita' pericolose o inquinanti a ridosso dei corsi d'acqua

idrogeologia - 09 novembre 2011

La temuta ondata di piena del Po, oltre a preoccupare per le possibili esondazioni, ha fatto riemergere le paure legate alla presenza nel suo bacino di impianti a rischio. Timori che si sono concretizzati nel 2010 con lo sversamento di 2.600 tonnellate di idrocarburi dalla Lombarda Petroli di Villasanta sul Lambro.

È quanto affermato dal Wwf che ha ricordato le situazioni di rischio per la presenza di attività pericolose o inquinanti localizzate troppo a ridosso dei nostri principali corsi d’acqua, a cominciare dal Po. 

“Fatti ben conosciuti - spiega l’associazione ambientalista - su cui si dovrebbe investire urgentemente in maniera mirata sulla base di un Piano strategico Nazionale di priorità per rimuovere le situazioni a più elevato rischio idrogeologico, quale quello istituito con la Legge Finanziaria del 2008, che nel 2009 ha visto lo stanziamento di 265 milioni di euro, e che ora viene azzerato con la Legge di Stabilità 2012”.

Quello di Villasanta, come ricordato dal Wwf, è soltanto uno dei tanti impianti a rischio nel bacino del Po e, in particolare, nell’area a rischio Lambro-Seveso–Olona, interessata nel 1988 da un costoso e fallimentare piano di recupero ambientale.

Nelle provincie di Milano e Monza-Brianza, vi sono numerosi impianti a rischio come la Galvaniche Ripamonti a Cologno Monzese lungo il Lambro, o le aziende chimiche lungo il Guisa, come la Azko Chemicals (Arese) o la Brenntag (Bollate); lungo il Bozzente vi sono la Arotech e la Galim (Lainate); lungo l’Olona c’è la Pharmacia e Upjohn (Nerviano) o sul Sevevo la Clariant.

Ma tutto il bacino del Po è interessato da impianti e depositi di stoccaggio pericolosi ubicati a pochi metri dagli alvei, come nel caso di Saluggia, sulla Dora Baltea, dove vi sono ben due depositi di stoccaggio di scorie nucleari lambiti già dall’alluvione del 2000. Troviamo anche discariche di amianto, come quella di Albaredo Arnaboldi (Pavia), piuttosto che la raffineria Tamoil di Cremona, già protagonista di sversamenti in fiume e posta tra il Po e la città, fino ad arrivare al delta dove incombe la centrale termoelettrica di Porto Tolle, dopo essere passati da Ostiglia con la centrale Enel a ridosso dell’argine maestro.

Il problema è comunque diffuso in tutta Italia coinvolgendo fiumi piccoli e grandi, ha ricordato il Wwf fornendo alcuni esempi da nord a sud della Penisola. A ridosso del Marecchia (Rimini) vi sono impianti per il gas, il Panaro è interessato da aree a rischio elevato in comune di Marano sul Panaro e l’Arno che passa nel distretto conciari. Vi sono poi le aree indicate come “siti d’interesse nazionale per le bonifiche” come lungo il Tavo- Saline in Abruzzo o la val Basento in Basilicata interessata da una pericolosa area industriale, manifatturiera e centrale del gas.

“Tutte le misure necessarie per la messa in sicurezza di questi impianti dovrebbero essere inserite nel cosiddetto Piano strategico Nazionale di priorità per rimuovere le situazioni a più elevato rischio idrogeologico, i cui fondi però sono stati azzerati nella Finanziaria 2012 – ha spiegato Andrea Agapito, responsabile Acque del Wwf Italia -. Attualmente diverse Regioni hanno completato i catasti degli impianti a rischio, ora è necessario agire per aggiornarli ma anche per avviare campagne di informazione e protocolli di sicurezza che riducano al minimo il rischio. L’azione migliore però è la delocalizzazione, che il Wwf chiede da almeno 10 anni, ma mancano i fondi”.

O.O.

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