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Descritto il meccanismo che scatena i terremoti dell'Appenino

Dall'Invg un risultato fondamentale per la comprensione della geodinamica mediterranea

geologia - 08 marzo 2010

I dettagli della complessa dinamica che interessa una rilevante porzione di Appennini fra la Toscana, l'Umbria, le Marche e il Lazio, sono stati chiariti da un gruppo di ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV): Claudio Chiarabba, Pasquale De Gori e Fabio Speranza, con uno studio pubblicato sulla rivista della Geological Society of America “Lithosphere”.

Secondo lo studio, la crosta sprofonda per decine di chilometri, generando moti locali dei materiali incandescenti che compongono il mantello e liberando anidride carbonica. “Adesso abbiamo un riferimento più ampio per comprendere i terremoti che avvengono nell'Appennino”, osserva Claudio Chiarabba, autore dello studio con Pasquale De Gori e Fabio Speranza. C'e' un quadro generale per interpretare i terremoti che colpiscono Toscana, Umbria, Marche e Lazio: conoscenze, ha rilevato l'esperto, che permettono di “avere una definizione di fondo della massima attività possibile in una zona”.

 Il meccanismo è stato ricostruito studiando i terremoti avvenuti nell'Appennino centrale tra il 2000 e il 2007 e ricostruendo la distribuzione dei loro ipocentri. In questo modo i ricercatori hanno ricostruito, fino alla profondità di circa 60 chilometri, il cosiddetto piano di Benioff, un piano inclinato che caratterizza la zona di contatto fra due differenti tipi di crosta. Si è individuato così il processo di sprofondamento di parte della crosta che appartiene alla micro-placca Adriatica e, contemporaneamente, si è dedotto che a questo fenomeno è associato il rilascio di anidride carbonica.

“Mentre la crosta affonda - spiega Chiarabba - si liberano anidride carbonica e acqua che risalgono attraverso le fratture della crosta e possono dare vita ai terremoti appenninici”, come quelli di Norcia del 1979, Colfiorito del 1999 e il sisma dell'Aquila del 6 aprile dello scorso anno. Per il presidente dell'Ingv, Enzo Boschi, è un risultato “fondamentale per la comprensione della geodinamica mediterranea, una delle zone più complesse del Pianeta” ed “evidenzia - ha aggiunto - l'importanza del contributo dell'anidride carbonica proveniente dall'interno della Terra”.

sul canale geologia

marco 11 marzo 2010 alle 13:56:28

Crosta continentale che affonda nel mantello? Piani di Benioff profondi "appena" 60 Km, ovest vergenti e privi, secondo il principio dell'attualismo, dell'immancabile sistema a contorno "arco - fossa" ? E la masterfault altotiberina est vergente, che si sviluppa tutta in crosta continentale, come si "incastra" in questo sistema geodinamico? Anche per rispondere a queste perplessità, dovute sicuramente all'estrema sintesi di quanto qui pubblicato, sarebbe utile se gli autori permettessero la pubblicazione dello studio citato, nella sua interezza, su questo sito, per soddisfare la voglia di conoscenza anche di chi, come me, non ha possibilità di accedere a riviste tipo "Lithosphere".
Geol. Marco Spaziani
Frosinone

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